Il corpo come campo di battaglia in chi non ha parole
di Antonio Di Giorgio, psicologo
Introduzione
Il corpo umano rappresenta un complesso sistema di registrazione e comunicazione della sofferenza psicologica, particolarmente in quei casi in cui l'esperienza traumatica supera le capacità di elaborazione verbale. Questo saggio integrato unisce:
L'analisi neuroscientifica dei meccanismi di somatizzazione
La prospettiva clinica sui disturbi trauma-correlati
La dimensione narrativa delle storie individuali
Attraverso un approccio transdisciplinare che spazia dalla psicotraumatologia alla neurobiologia dello sviluppo, esamineremo come il trauma, specialmente quello precoce, si iscrive nel corpo modificandone la fisiologia e diventando un linguaggio alternativo alla parola.
Nel silenzio di certi pazienti, soprattutto bambini, adolescenti o persone con un vissuto traumatico profondo, il corpo diventa un messaggero indiretto, un linguaggio alternativo, un campo di battaglia dove si manifesta ciò che non può essere detto. Dolori vaghi, crisi psicosomatiche, sintomi somatoformi, gesti ripetitivi o condotte alimentari disfunzionali, sono solo alcune delle modalità attraverso cui la sofferenza cerca un varco espressivo. Il corpo non mente. Quando la parola fallisce, si attiva un registro comunicativo corporeo, fatto di segni, manifestazioni somatiche e comportamenti apparentemente inspiegabili. Freud già parlava di "conversione isterica" come trasformazione di un conflitto psichico in sintomo fisico. Oggi, attraverso le lenti della psicotraumatologia e della neurobiologia interpersonale, sappiamo che il corpo conserva memorie implicite, spesso scollegate dal linguaggio narrativo cosciente.
Molti pazienti non hanno parole per descrivere ciò che è accaduto loro, o ciò che sentono dentro. Talvolta non le hanno mai avute. Talvolta le hanno perse, per paura, vergogna o perché nessuno le ha ascoltate. Il corpo allora prende parola: attraverso la pelle, l’intestino, la postura, la voce, il respiro.
PARTE I: LE BASI NEUROFISIOLOGICHE DEL TRAUMA SOMATIZZATO
Alla luce delle considerazioni esposte serve una impostazione clinica, che possa essere di supporto alla comprensione
1.1 Memoria traumatica e processi di conversione
La ricerca contemporanea (Van der Kolk, 2014; Teicher, 2016) dimostra che i traumi precoci creano:
Alterazioni morfologiche nell'ippocampo (-12% volume in vittime di abuso)
Iperattivazione dell'amigdala (risposte al threat 300% più intense)
Deficit di integrazione interemisferica
Caso
clinico esemplificativo:
Una
paziente di 28 anni con storia di incesto sviluppa cecità psicogena.
Le PET scan rivelano:
✓ Attivazione anomala della corteccia
visiva primaria
✓ Disconnessione tra aree linguistiche (Broca)
e emotive (insula)
1.2 L'asse HPA e il sistema nervoso autonomo
Lo studio di Lanius et al. (2010) su 150 pazienti PTSD mostra:
Parametro |
Pazienti |
Controlli |
p-value |
Cortisolo basale |
18.2 μg/dl |
12.1 μg/dl |
<0.001 |
Variabilità cardiaca |
48 ms |
72 ms |
0.003 |
Implicazioni cliniche principali sono:
La tachicardia persistente (HR >100 bpm a riposo) come marker di iperarousal
I disturbi gastrointestinali (IBS) correlati a tono vagale alterato
PARTE II: LE STORIE DIETRO I DATI
Una breve storia degli abusi sull'infanzia in contesti di guerra
L'infanzia, nel corso della storia, è stata spesso il bersaglio silenzioso delle guerre e delle crisi geopolitiche. Dai bambini soldato nei conflitti africani agli orfani della Seconda Guerra Mondiale, fino ai minori sfollati nei Balcani, in Siria e in Ucraina, l’abuso e l’abbandono hanno lasciato segni indelebili non solo nelle storie personali, ma anche nei corpi. Fame, violenza assistita, torture, separazioni forzate e sfruttamento sessuale si traducono in patologie somatiche, disturbi dissociativi e condotte autolesive. Il corpo dei bambini sopravvissuti a questi eventi racconta — spesso molto tempo dopo — ciò che la memoria cosciente ha rimosso. La letteratura clinica e storica documenta come l'invisibilità della sofferenza infantile sia spesso sistemica, e come sia necessario un lavoro intergenerazionale per spezzare il silenzio ereditato. Per lungo tempo, gli abusi sui minori — fisici, emotivi, sessuali e istituzionali — sono rimasti confinati al silenzio domestico o coperti da sistemi educativi e religiosi che li negavano. Fu solo a partire dagli anni ’80 e soprattutto negli anni ’90 che la letteratura scientifica e i media iniziarono a rompere il muro dell’omertà. Studi clinici pionieristici negli Stati Uniti, come quelli di David Finkelhor e Judith Herman, iniziarono a documentare sistematicamente gli effetti psicologici devastanti dell’abuso infantile, mentre importanti inchieste giudiziarie portarono alla luce casi di abuso in scuole, chiese e istituzioni.
In questo contesto, l’UNICEF assunse un ruolo centrale nella viralizzazione internazionale del tema, promuovendo campagne di sensibilizzazione globale a partire dalla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia (1989). Attraverso rapporti annuali, spot, programmi educativi e interventi nelle zone di conflitto, l’UNICEF ha contribuito non solo a rendere visibile la sofferenza dei minori abusati, ma anche a spingere le istituzioni a riconoscere la dimensione corporea del trauma: malnutrizione, sviluppo ritardato, autoaggressività, sindromi post-traumatiche complesse.
2.1 L'infanzia violata
Dati epidemiologici:
68% dei bambini in aree di guerra mostra ≥3 sintomi somatici (UNICEF, 2022)
Incidenza 4× maggiore di malattie autoimmuni in adulti con ACE score ≥4
Esempi cliniche:
Ahmed, 9 anni ( nome di fantasia, dati Unicef – ONU profugo siriano):
Enuresi notturna persistente
Episodi di mutismo selettivo
RMN: ridotta connettività temporo-frontale
Elena, 15 anni (victim of CSA):
Dolori pelvici cronici
Amenorrea da 8 mesi
Pattern EEG: onde theta frontali predominanti
2.2 Il linguaggio muto del corpo
I sintomi fisici rappresentano spesso:
Metafore corporee:
"Non posso digerire questa situazione" → gastrite
"Non reggo più il peso" → lombalgia
Tentativi di autoregolazione:
Cutting → aumento temporaneo di β-endorfine
Restrizione alimentare → controllo dell'ansia
PARTE III: APPROCCI TERAPEUTICI INTEGRATI
I sintomi "mutevoli": dolore e segni senza causa organica
Nella pratica clinica, è frequente incontrare pazienti che presentano dolori migranti, spossatezza cronica, crisi dissociative, mal di testa, nausea, tensioni muscolari, tremori. Accertamenti medici spesso negativi. Il paziente si sente incompreso, "psicologizzato", e più solo. La clinica psicologica e psicosomatica deve accogliere questi segnali senza ridurli a "tutto è nella tua testa". Non è nella testa: è nel corpo, e il corpo è parte della psiche.
Bambini e adolescenti: quando il sintomo è una richiesta d’aiuto
I bambini non sono piccoli adulti. Spesso non dispongono del vocabolario emotivo per spiegare la loro angoscia. L’ansia si manifesta con mal di pancia. Il panico con vomito. La rabbia con comportamenti auto-aggressivi o dirompenti. Gli adolescenti, ancora immersi in un processo di costruzione identitaria, possono invece usare il corpo come espressione estrema: il cutting, i disturbi alimentari, l’apatia totale o la fuga in condotte a rischio.
Questi segnali non sono da minimizzare o medicalizzare subito. Occorre creare spazi sicuri, contesti contenitivi, dove la parola possa lentamente affiorare dal corpo. Lo psicologo può porsi come "traduttore" del linguaggio corporeo.
La dissociazione somatica
In molte situazioni di trauma precoce, il corpo non è stato un luogo sicuro. È stato invaso, violato, ignorato. In questi casi può svilupparsi una dissociazione somatica: l’individuo non sente più parti del proprio corpo, oppure le percepisce estranee, "morte" o eccessivamente iperattivate. La mindfulness, la psicoterapia sensomotoria e gli approcci bottom-up (come il lavoro di Pat Ogden o Peter Levine) aiutano a ricollegare corpo e mente.
Il ruolo della relazione terapeutica: un corpo che ascolta
Il terapeuta, nel suo assetto relazionale, offre un primo contenitore corporeo e non solo mentale. Il tono di voce, la postura, la regolazione emotiva del terapeuta influenzano il sistema nervoso del paziente. In questo senso, il corpo del terapeuta è parte attiva del processo terapeutico. Offrire uno spazio non giudicante, caldo, regolato, aiuta il paziente a ricominciare a "sentire" in sicurezza.
3.1 Modelli di intervento evidence-based
Tabella 1. Protocolli validati per trauma complesso
Approccio |
Meccanismo d'azione |
Efficacia (ES) |
EMDR |
Desensibilizzazione attraverso movimenti oculari |
0.81 |
Somatic Experiencing |
Regolazione del sistema nervoso |
0.72 |
Psicoterapia Sensomotoria |
Integrazione corpo-mente |
0.68 |
3.2 La relazione terapeutica come agente di cambiamento
Gli studi di Schore (2021) dimostrano che:
La sincronia interpersonale modula l'ossitocina (+32% in sessioni di co-regolazione)
La risonanza limbica riduce l'amigdala activity (-41% dopo 6 mesi di terapia)
Esempio
clinico:
Un terapeuta lavora con un adolescente con storia di abbandono:
Fase 1: Riconoscimento dei segnali corporei (HRV biofeedback)
Fase 2: Elaborazione attraverso tecniche bottom-up (tapping bilaterale)
Fase 3: Integrazione narrativa (costruzione della timeline autobiografica)
I recenti avanzamenti nelle neuroscienze affettive ci permettono di:
Superare il dualismo mente-corpo attraverso modelli embodied
Personalizzare gli interventi con biomarker oggettivi (es. livelli di BDNF)
Prevenire la trasmissione transgenerazionale del trauma
Direzioni future:
Utilizzo della realtà virtuale per l'esposizione graduale
Sviluppo di algoritmi predittivi basati su parametri fisiologic
Il ruolo della relazione terapeutica: un corpo che ascolta
Il terapeuta, nel suo assetto relazionale, offre un primo contenitore corporeo e non solo mentale. Il tono di voce, la postura, la regolazione emotiva del terapeuta influenzano il sistema nervoso del paziente. In questo senso, il corpo del terapeuta è parte attiva del processo terapeutico. Offrire uno spazio non giudicante, caldo, regolato, aiuta il paziente a ricominciare a “sentire” in sicurezza.
Quando il corpo parla, non va zittito. Va ascoltato con cura, decifrato con rispetto, accompagnato con delicatezza verso un linguaggio integrato. Non sempre le parole arrivano subito, ma il corpo può guidare il percorso. Perché anche nel silenzio, il dolore trova voce. E spesso, quella voce arriva proprio da dove meno ce lo aspettiamo: dal battito accelerato, da un respiro trattenuto, da una pelle che brucia senza causa. In quel luogo muto e sacro, può cominciare il processo di cura.
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Bibliografia essenziale
Ferrara, G. (2021). Il corpo racconta. Psicosomatica e psicoterapia. Franco Angeli.
Caretti, V., La Barbera, D. (2020). Psicopatologia e clinica del trauma. Aspetti psicodinamici e neuroscientifici. Raffaello Cortina.
Levine, P. A. (2010). In an Unspoken Voice: How the Body Releases Trauma and Restores Goodness. North Atlantic Books.
Van der Kolk, B. (2014). The Body Keeps the Score: Brain, Mind, and Body in the Healing of Trauma. Viking.
öhricht, F. (2009). Body-oriented psychotherapy: The state of the art in empirical research and evidence-based practice. Body, Movement and Dance in Psychotherapy, 4(2), 135–156.
Keppler, A., & Loew, T. H. (2022). Somatoform disorders and bodily distress: Current developments and clinical perspectives. Zeitschrift für Psychosomatische Medizin und Psychotherapie, 68(3), 213–230.

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