Attaccamento disorganizzato tra adattamento e frammentazione



Forse dovremmo ripensare alcune teorie ce lo impone non solo la clinica udita alle sedute, ma l’evidenza stessa: ormai il “genitore nero” non è un dato statistico identico a quarant’anni fa, dunque le teorie sull’attaccamento debbono essere ripensate e stu­diate con prospettive differenti (Bowlby, 1988). Oggi esiste altro: esiste una condizio­ne iper alienante del genitore che favorisce l’esordio di altre dinamiche complesse nei figli, e i due grandi modelli di attaccamento descritti originariamente non risulta­no più sufficienti a spiegare la complessità clinica attuale (Bowlby, 1969). Inoltre gli studi di neuroscienze affettive attestano una condizione di vigilanza e adattamento che sono ancora tutti da verificare in termini di contemporaneità (Siegel, 1999; Scho­re, 2001). La figura del “genitore nero”, intrusivo, punitivo, apertamente minaccioso, che ha fatto da sfondo implicito a molta teoria dell’attaccamento classica, oggi non è più statisticamente dominante come lo era quaranta o cinquant’anni fa. Non è scom­parsa, ma non è più il paradigma prevalente. Al suo posto emerge sempre più spesso un genitore iper presente, iper regolante, iper ansioso, oppure emotivamente alienato pur essendo fisicamente vicino. Questo dato clinico è già stato intercettato dalla ri­cerca, anche se non sempre nominato con chiarezza e non ancora pienamente integra­to in una riformulazione teorica condivisa (Cozolino, 2014).
Bowlby stesso non ha mai pensato i suoi modelli come chiusi o definitivi. Gli stili di attaccamento da lui descritti costituivano una prima mappa concettuale, utile a orien­tarsi, non una tassonomia rigida del funzionamento umano (Bowlby, 1988). È in que­sta cornice che si inserisce il contributo fondamentale di Mary Ainsworth, la quale ha spostato l’attenzione dal comportamento esplicitamente negativo del genitore alla qualità della sua sensibilità e della risposta ai segnali del bambino, mostrando come il danno possa emergere anche in assenza di ostilità manifesta (Ainsworth et al., 1978).
Con la Strange Situation, Ainsworth ha inoltre evidenziato come il momento della riunione sia clinicamente più rivelatore della separazione. Oggi questo dato appare particolarmente attuale: molti bambini crescono in contesti in cui la separazione è tol­lerabile, ma la riunione risulta confusa, iper carica, invadente o ansiosa. Il problema non è l’abbandono, ma l’impossibilità di ritrovare uno spazio psichico proprio quan­do l’altro torna (Ainsworth et al., 1978).
I dati empirici raccolti hanno inoltre mostrato che gli stili di attaccamento non sono tratti di personalità, ma strategie adattive al contesto relazionale. Questo punto, spes­so trascurato, è essenziale per comprendere come nuove configurazioni familiari e culturali producano nuove strategie di attaccamento. Se cambia l’ecosistema affetti­vo, cambiano inevitabilmente le modalità di adattamento del bambino (Bowlby, 1969).
È proprio in questa linea che Main e Solomon introducono il concetto di attaccamen­to disorganizzato, quando il sistema teorico non riesce più a contenere le osservazioni cliniche. La loro definizione non introduce una nuova categoria patologica, ma mette in luce una frattura interna alla strategia di regolazione dell’attaccamento (Main & Solomon, 1990). In condizioni di stress, il bambino mostra comportamenti contrad­dittori, sequenze interrotte, freezing, inversioni di ruolo. Non si tratta di incapacità, ma del conflitto tra strategie simultaneamente attivate e incompatibili.
Dal punto di vista funzionale, l’attaccamento disorganizzato rappresenta una risposta altamente adattiva a un contesto relazionale insolubile, in cui la figura di attaccamen­to è contemporaneamente fonte di sicurezza e di allarme. La disorganizzazione non è caos, ma il tentativo del sistema di mantenere il legame a qualunque costo, anche a prezzo della frammentazione (Main & Solomon, 1990).
Dal punto di vista disfunzionale, tuttavia, questa frammentazione impedisce la costru­zione di un modello operativo interno coerente. Il bambino fatica a integrare l’espe­rienza in una narrazione stabile di sé e dell’altro, sviluppando una regolazione affetti­va fragile e spesso iper vigilante, con oscillazioni rapide tra controllo e collasso (Schore, 2001).
Le neuroscienze affettive confermano questo quadro. Bambini cresciuti in ambienti emotivamente imprevedibili o iper regolati tendono a sviluppare sistemi di vigilanza costante. Non si tratta di trauma acuto, ma di stress relazionale cronico a bassa inten­sità. Il cervello si organizza per monitorare continuamente l’altro, anticiparne gli stati e adattarsi in modo precoce. Questo favorisce una funzionalità sociale elevata, ma una fragilità interna sul piano del senso di continuità del sé (Siegel, 1999; Cozolino, 2014).
La vigilanza adattiva rimane tuttavia una zona ancora poco concettualizzata in termi­ni di attaccamento contemporaneo. Si colloca in una area di confine tra attaccamento e sopravvivenza relazionale, tipica delle trasformazioni culturali e identitarie attuali.
In età adulta, queste organizzazioni si traducono spesso in soggetti altamente compe­tenti e profondamente stanchi. Non fragili in senso classico, ma precocemente trasfor­mati in sistemi di regolazione dell’altro. Il disorganizzato non è dunque l’assenza di organizzazione, ma l’organizzazione di una contraddizione.
Ed è esattamente in questo punto che funzionalità e disfunzionalità cessano di essere opposti e diventano due facce della stessa sopravvivenza relazionale.
Nel contesto contemporaneo, la distinzione tra funzionalità e disfunzionalità relazionale richiede di essere profondamente ripensata. Le neuroscienze affettive mostrano con sempre maggiore chiarezza che molte configurazioni relazionali oggi considerate funzionali lo sono solo in termini adattivi e performativi, ma non necessariamente in termini integrativi e maturativi del sé (Schore, 2019).
Dal punto di vista neurobiologico, il cervello che cresce in un ambiente relazionale iper regolato, iper vigilante o emotivamente imprevedibile tende a sviluppare sistemi di monitoraggio costante dell’altro. Le reti limbiche e prefrontali si organizzano pre­cocemente per anticipare segnali, leggere micro variazioni emotive, modulare il com­portamento in funzione della stabilità relazionale. Questa organizzazione è altamente funzionale sul piano sociale, scolastico e lavorativo, ma comporta una disfunzionalità relazionale profonda sul piano dell’esperienza soggettiva (Siegel, 2020). La funziona­lità, in questi casi, coincide con la capacità di non disturbare il legame, di mantenerlo stabile, di garantire continuità all’altro. La disfunzionalità emerge invece nella diffi­coltà a sentire continuità interna, riposo relazionale, sicurezza non vigilata. Il sogget­to funziona, ma non si abita. È presente, ma non è al sicuro.   Le neuroscienze inter­personali mostrano che quando il sistema nervoso è costantemente orientato alla re­golazione dell’altro, la finestra di tolleranza si restringe. Non si osservano necessaria­mente sintomi eclatanti, ma una fatica di fondo, una stanchezza relazionale cronica, una difficoltà a disattivare i circuiti di allerta anche in contesti non minacciosi (Por­ges, 2018; Cozolino, 2021). In questo senso, la disfunzionalità non coincide con il fallimento dell’adattamento, ma con il suo eccesso. È una disfunzionalità silenziosa, spesso premiata socialmente, che nasce da una funzionalità precoce troppo ben riusci­ta. Il sistema nervoso impara a sopravvivere prima di poter sviluppare un senso stabile del sé in relazione.   L’attaccamento disorganizzato, letto in questa cornice, non appare più come una deviazione patologica, ma come una configurazione neuro relazionale complessa in cui funzionalità e disfunzionalità coesistono. La capacità di adattarsi è elevata, ma avviene a scapito dell’integrazione. Il cervello impara a fun­zionare senza potersi fermare (Schore, 2021).
Le neuroscienze contemporanee ci obbligano quindi a superare una visione dicotomi­ca. Non si tratta di stabilire se una relazione funzioni o meno, ma per chi, a quale co­sto e su quali circuiti neuro affettivi. La vera domanda clinica diventa allora se una relazione consente non solo l’adattamento, ma anche il riposo, la continuità interna e la possibilità di non essere costantemente necessari all’altro.  È in questo spazio che funzionalità e disfunzionalità smettono di essere categorie opposte e diventano di­mensioni intrecciate della sopravvivenza relazionale contemporanea.



Bibliografia essenziale

 

Ainsworth, M. D. S., Blehar, M. C., Waters, E., & Wall, S. (1978). Patterns of attach­ment: A psychological study of the strange situation. Hillsdale, NJ: Erlbaum.
Bowlby, J. (1969). Attachment and loss. Vol. 1: Attachment. New York, NY: Basic Books.
Bowlby, J. (1988). A secure base: Parent-child attachment and healthy human deve­lopment. New York, NY: Basic Books.
Fonagy, P., Gergely, G., Jurist, E. L., & Target, M. (2002). Affect regulation, mentali­zation, and the development of the self. New York, NY: Other Press.
Main, M., & Solomon, J. (1990). Procedures for identifying infants as disorganized disoriented during the Ainsworth Strange Situation. In M. T. Greenberg, D. Cicchetti, & E. M. Cummings (Eds.), Attachment in the preschool years: Theory, research, and intervention (pp. 121–160). Chicago, IL: University of Chicago Press.
Schore, A. N. (2001). Effects of a secure attachment relationship on right brain deve­lopment, affect regulation, and infant mental health. Infant Mental Health Journal, 22(1–2), 7–66.
Schore, A. N. (2012). The science of the art of psychotherapy. New York, NY: Nor­ton.
Siegel, D. J. (1999). The developing mind: How relationships and the brain interact to shape who we are. New York, NY: Guilford Press.
Cozolino, L. (2014). The neuroscience of human relationships: Attachment and the developing social brain (2nd ed.). New York, NY: Norton.

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