Una riflessione (quasi sentimentale) sulla nostra rivista: LetramedellanimA
Mi chiedevo, l’altro giorno, se le anime potessero tessere lettere.
Lettere come nodi, come ricami. Come quei pensieri che, una volta scritti, smettono di graffiare dentro. O almeno si fanno più leggeri. Così è nata LetramedellanimA, con quella A finale maiuscola che fa il verso alla grammatica ma dà voce al cuore.
Un anno fa, tra un caffè troppo freddo e una riunione troppo lunga, qualcuno — forse io, forse noi — ha avuto il coraggio di sussurrare: e se facessimo una rivista che non sembri una rivista?
Non una collana di articoli patinati, ma un luogo. Un luogo vero. Dove psicologia, umanità e narrazione non fossero solo parole, ma trame. Trame di storie, di ferite, di pensieri scomodi, di domande sospese.
“Allo specchio dell’anima”, “Quando una donna, quando un nome…”, “La pausa fra musica e fede”. Titoli nati da vite vere, da riflessioni silenziose fatte mentre si correggono compiti o si ascolta qualcuno piangere dietro una porta chiusa.
Cosa abbiamo fatto, dunque?
Abbiamo parlato d’identità. Di educazione. Di dolore. Di amore che uccide. Di adolescenza, di spiritualità, di nomi che liberano. Di scuola. Di suicidio e di speranza. Lo abbiamo fatto con una penna che non pretendeva di spiegare, ma che voleva stare accanto.
E mentre scrivevamo, forse senza accorgercene, ci siamo guariti un po’ anche noi. Perché in fondo, scrivere è un modo per restare interi.
Mi chiedo: è possibile amare una pubblicazione? Io penso di sì. Perché questa non è solo una raccolta di articoli. È stata una compagnia. Una carezza collettiva. Una prova che si può ancora parlare di psiche, di anima e di educazione senza annoiare e senza giudicare.
Oggi che LetramedellanimA chiude il suo primo anno di vita — e forse anche l’unico, chissà — voglio solo dire grazie. A chi ha scritto. A chi ha letto. A chi ha pensato: “questo articolo sembra parlare a me”.
Perché sì, forse le anime scrivono lettere.
Ma a volte, se sono fortunate, trovano anche qualcuno che le legge.
di Antonio Di Giorgio, psicologo Introduzione Il corpo umano rappresenta un complesso sistema di registrazione e comunicazione della sofferenza psicologica, particolarmente in quei casi in cui l'esperienza traumatica supera le capacità di elaborazione verbale. Questo saggio integrato unisce: L'analisi neuroscientifica dei meccanismi di somatizzazione La prospettiva clinica sui disturbi trauma-correlati La dimensione narrativa delle storie individuali Attraverso un approccio transdisciplinare che spazia dalla psicotraumatologia alla neurobiologia dello sviluppo, esamineremo come il trauma, specialmente quello precoce, si iscrive nel corpo modificandone la fisiologia e diventando un linguaggio alternativo alla parola. Nel silenzio di certi pazienti, soprattutto bambini, adolescenti o persone con un vissuto traumatico profondo, il corpo diventa un messaggero indiretto, un linguaggio alternativo, un campo di battaglia dove si manifesta ciò che non può esse...
Forse dovremmo ripensare alcune teorie ce lo impone non solo la clinica udita alle sedute, ma l’evidenza stessa: ormai il “genitore nero” non è un dato statistico identico a quarant’anni fa, dunque le teorie sull’attaccamento debbono essere ripensate e studiate con prospettive differenti (Bowlby, 1988). Oggi esiste altro: esiste una condizione iper alienante del genitore che favorisce l’esordio di altre dinamiche complesse nei figli, e i due grandi modelli di attaccamento descritti originariamente non risultano più sufficienti a spiegare la complessità clinica attuale (Bowlby, 1969). Inoltre gli studi di neuroscienze affettive attestano una condizione di vigilanza e adattamento che sono ancora tutti da verificare in termini di contemporaneità (Siegel, 1999; Schore, 2001). La figura del “genitore nero”, intrusivo, punitivo, apertamente minaccioso, che ha fatto da sfondo implicito a molta teoria dell’attaccamento classica, oggi non è più statisticamente dominante come lo era quaranta...
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