La costruzione della felicità: dalle prospettive narrative alla dinamica psicologica del reale
La felicità rappresenta da sempre una delle mete più ambite dell’esistenza umana. Filosofi, scienziati, narratori e psicologi hanno cercato di afferrarne l’essenza, di definirne i confini, di suggerire vie per raggiungerla. Ma ad ogni tentativo, la felicità sembra ritrarsi in una zona d’ombra, più prossima all’esperienza vissuta che al concetto astratto.
Un passaggio del romanzo giapponese Candy di Kyoko Mizuki, diventato virale in un recente contenuto social, esprime bene questo paradosso, lo cito in modo libero e disordinato:“Pensavo che sarei stata felice solo dopo aver ottenuto tutto quello che volevo. Ma poi ho capito: ero più felice quando stavo cercando, non quando avevo trovato.” Questo frammento narrativo intercetta un punto cruciale della riflessione psicologica: la felicità non è un possesso stabile, ma un processo dinamico che coinvolge attivamente desiderio, movimento, significato. Non si tratta quindi di raggiungere uno stato, ma di costruirlo dentro e attraverso le circostanze della vita.
Le rappresentazioni narrative della felicità: significati culturali e individuali
La letteratura e il cinema offrono una lente privilegiata per osservare come la felicità venga immaginata, raccontata e simbolicamente elaborata nelle diverse epoche. Dalle utopie classiche ai romanzi di formazione, dalla commedia sentimentale ai racconti di resilienza post-traumatica, la felicità appare spesso come un punto d’arrivo, ma viene esplorata soprattutto nei suoi margini: l’attesa, il bisogno, la mancanza, la trasformazione.
Opere come Il favoloso mondo di Amélie, La strada di McCarthy, Storia della mia ansia di Daria Bignardi o La morte di Ivan Il’ič di Tolstoj mettono in luce come la felicità sia spesso più intensamente esperita nei momenti di rivelazione o cambiamento interiore che nei successi esterni.
La narrazione, in questo senso, non descrive semplicemente la felicità: la costruisce, le dà forma simbolica e le restituisce un senso profondamente soggettivo.
Negli ultimi decenni, la psicologia ha offerto diversi modelli teorici per comprendere e misurare la felicità. Tra questi, uno dei più completi e profondi è il modello eudaimonico del benessere psicologico elaborato da Carol Ryff (1989), che si distingue dalle concezioni puramente edonistiche, fondate sul piacere e sull’assenza di dolore. Secondo Ryff, il benessere psicologico deriva da una vita pienamente realizzata, orientata alla crescita personale e alla coerenza interna. Il modello si articola in sei dimensioni fondamentali:
I sei fattori del benessere psicologico secondo Carol Ryff, che vale la pena ripassare:
Autonomia
La capacità di autodeterminarsi e di agire in base ai propri valori e convinzioni, anche quando ciò contrasta con pressioni esterne o norme sociali.
➤ Una persona autonoma è in grado di prendere decisioni indipendenti, assume la responsabilità delle proprie scelte e non si lascia influenzare eccessivamente dal giudizio altrui.
In termini clinici, una debole autonomia può manifestarsi in personalità dipendenti o con tratti fobici.
Crescita personale
La percezione di un continuo sviluppo e ampliamento delle proprie capacità.
➤ Chi sperimenta questa dimensione vive la propria vita come un processo di apprendimento e trasformazione. La crescita non è legata all’età, ma alla disponibilità a mettersi in gioco.
La stagnazione, al contrario, può essere indice di ritiro depressivo o di rigidità difensiva.
Relazioni positive con gli altri
L’abilità di instaurare legami empatici, profondi, stabili e gratificanti.
➤ Il benessere psicologico implica la capacità di fidarsi, condividere, sostenere ed essere sostenuti.
Disturbi dell’attaccamento, traumi relazionali o disturbi di personalità possono compromettere questa dimensione.
Scopo nella vita
La sensazione che la propria esistenza abbia un significato e una direzione.
➤ Avere uno scopo non significa avere tutto sotto controllo, ma percepire che le proprie azioni sono collegate a valori, ideali o progetti coerenti.
La perdita di senso è spesso alla base di disturbi ansioso-depressivi e stati di vuoto esistenziale.
Padronanza dell’ambiente
La capacità di gestire le proprie condizioni di vita e influenzare positivamente l’ambiente circostante.
➤ Indica un senso di competenza, efficacia e adattamento creativo. Non si tratta di controllo rigido, ma di interazione consapevole con il contesto.
La sensazione di impotenza prolungata è un indicatore di vulnerabilità psichica.
Accettazione di sé
Una visione realistica e benevola della propria identità, comprendente sia i punti di forza che le fragilità.
➤ La felicità richiede una capacità di accogliere le parti meno idealizzate di sé, senza negazione né colpa.
Un Sé scisso o idealizzato può ostacolare il benessere duraturo, favorendo ansia sociale o bassa autostima.
Gli ostacoli alla felicità: dolore psichico, trauma e modelli interni disfunzionali: la prospettiva della psicologia del profondo
La psicologia del profondo — nelle sue principali articolazioni — non riduce la felicità a uno stato di benessere permanente o all’assenza di dolore psichico. Al contrario, considera la sofferenza come parte integrante del percorso di realizzazione interiore. L’ottica non è assolutamente in chiave religiosa fideistica o peggio spirituale: che il lettore lo sappia bene!
In questa prospettiva, felicità e infelicità non sono opposti assoluti, ma poli di una stessa dinamica trasformativa.
Secondo Carl Gustav
Jung, il senso della vita non consiste nel raggiungimento della
felicità, ma nel diventare ciò che si è destinati a essere.
Scrive:“La felicità non è una cosa facile: è difficile trovarla
in noi stessi, ed è impossibile trovarla altrove.” (Psicologia e
Alchimia, 1944)
Per Jung, l’individuazione — cioè il
processo attraverso cui la personalità si integra — comporta
necessariamente il confronto con l’ombra, il dolore, la crisi. È
proprio attraversando la sofferenza che si può raggiungere una forma
di felicità autentica, più vicina all’integrità che al piacere.
Anche James Hillman,
nella sua critica alla psicologia adattiva e al culto del benessere,
propone una visione più articolata e afferma: “L’anima ha
bisogno di profondità, non di tranquillità. La felicità, se
arriva, è un sottoprodotto dell’intensità di vivere.” (Il
codice dell’anima, 1996)
La felicità, allora, non è un
obiettivo da perseguire con determinazione utilitaristica, ma può
emergere come esito di un dialogo interno coerente, di un ascolto
delle immagini dell’anima, spesso contenute proprio nelle
esperienze di crisi.
E Viktor Frankl
afferma che “la felicità non può essere perseguita: deve
accadere, come effetto collaterale di un impegno in qualcosa di più
grande di sé.”
(Uno psicologo nei lager, 1946)
E ancora:
“La sofferenza cessa di essere tale nel momento in cui trova un
significato.”
Per Frankl, l’uomo è orientato alla ricerca
di senso più che al piacere, e ciò che rende una vita degna di
essere vissuta è il valore attribuito anche alle esperienze più
dure.
In ambito
contemporaneo, Irvin D. Yalom propone una sintesi raffinata tra
approccio esistenziale e psicodinamico. Nei suoi testi (Le lacrime
di Nietzsche, e Il dono della terapia) egli
riconosce che la felicità nasce spesso dalla capacità di
confrontarsi sinceramente con le grandi ansie esistenziali: la morte,
la libertà, l’isolamento, l’assenza di senso.
Più che
cercare la felicità, dice Yalom, dovremmo imparare a “vivere
profondamente, amando e creando legami autentici”. È in questa
profondità che può affiorare una forma matura di felicità, fondata
sulla consapevolezza, sulla verità e sulla connessione umana.
Conclusione: – Felicità come processo, non come possesso?
La psicologia del
profondo ci invita dunque a ribaltare la domanda: non più come
essere felici, ma come restare fedeli alla propria verità interiore,
anche quando fa male.
In questa fedeltà, talvolta scomoda e
contraddittoria, possono emergere momenti di serenità, stati di
pienezza, picchi di senso.
La felicità, allora, non è una
destinazione finale, ma una qualità dell’attraversamento.
Come scrive
Jung:
“Non si diventa illuminati immaginando figure di luce,
ma rendendo conscia l’oscurità.”
Bibliografia essenziale:
• Ryff, C. D. (1989). Happiness is everything, or is it? Explorations on the meaning of psychological well-being. Journal of Personality and Social Psychology, 57(6), 1069–1081.
• Csíkszentmihályi, M. (1990). Flow: The Psychology of Optimal Experience. Harper & Row.
• Seligman, M. E. P. (2011). Flourish: A Visionary New Understanding of Happiness and Well-being. Free Press.
• Jung, C. G. (1944). Psicologia e Alchimia. Bollati Boringhieri.
• Hillman, J. (1996). Il codice dell’anima. Adelphi.
• Frankl, V. E. (1946). Uno psicologo nei lager. FrancoAngeli.
• Yalom, I. D. (2002). Il dono della terapia. Neri Pozza.

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