L’onda lunga dell’emulazione. O cos’altro?
L’onda lunga dell’emulazione. O cos’altro?
Scena muta all’orale, studenti in protesta: ribellione, disagio autentico o semplice autocelebrazione?
Tre studenti. Tre orali di maturità andati in scena... nel silenzio. È successo in Veneto, tra Padova, Belluno e Treviso. I candidati si sono presentati regolarmente, hanno preso posto davanti alla commissione e, in modi diversi, hanno rifiutato di partecipare: chi leggendo un discorso contro il sistema, chi restando zitto, chi lasciando intuire che era tutto parte di un messaggio da lanciare.
Per qualcuno, un grido di sofferenza. Per altri, un gesto teatrale. Per molti, una trovata destinata a fare notizia.
Ma cosa si nasconde davvero dietro queste scelte? Siamo davanti a una generazione che chiede ascolto o solo a una nuova forma di narcisismo scolastico?
E nel 2019? La storia di un universitario che pretendeva un 18.
Il voto non è un like
La scuola non è un social. Il voto non è un “cuoricino” su Instagram. Ma sempre più spesso viene trattato così. Troppo alto? Umiliante. Troppo basso? Discriminatorio. Troppo reale? Scomodo.
E quando tutto sembra diventare contenuto, anche l’esame di Stato rischia di trasformarsi in performance. Come se contasse più il gesto plateale che la fatica, più il “fare notizia” che il costruire un pensiero.
A dirlo sono i fatti. E a suggerirlo, con elegante lucidità, è anche James Hillman, psicoanalista e autore de Il Codice dell’Anima. In quel libro diventato culto, Hillman racconta come molti grandi personaggi abbiano trovato nella delusione scolastica la spinta per scoprire la propria vera vocazione. Ma attenzione: non si trattava di proteste da palcoscenico. Era vita. Sofferta, nascosta, autentica.
La protesta silenziosa? Più spettacolo che sfida
Diciamolo chiaramente: la scena muta può essere un sintomo. Ma può anche essere un gesto studiato. Un modo per farsi vedere, per ottenere attenzione, per occupare la cronaca.
Dietro al “no” all’orale, c’è davvero un malessere che va ascoltato. Ma c’è anche il rischio che tutto si riduca a una messa in scena, confezionata per apparire rivoluzionaria senza esserlo.
La Rete degli Studenti ha difeso chi ha protestato. Il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, ha risposto con fermezza: “Chi si rifiuterà di affrontare l’orale, d’ora in poi, sarà bocciato”. Due posizioni opposte, ma entrambe legittime. Perché il tema è serio, e tocca un nervo scoperto: la crisi di senso della scuola.
Fuori dall’Italia: cosa accade?
In Francia, chi si presenta al Baccalauréat e rifiuta l’esame, semplicemente fallisce. Non è previsto spazio per il gesto eclatante.
Nel Regno Unito, con gli A-Levels, non c’è orale: solo prove scritte e punteggi. Niente spettacolo, solo risultati. In Spagna e Grecia, test nazionali stabiliscono l’accesso all’università. E anche lì, nessuno si permette la “scena muta”: costerebbe troppo.
Il confronto europeo parla chiaro. La scuola italiana sembra ancora combattuta tra autorità e indulgenza, tra tradizione e ansia di cambiamento. E in questa tensione, lo studente-performer trova terreno fertile.
Domande scomode, risposte urgenti
La domanda vera è: è ancora possibile valutare qualcuno senza essere accusati di giudicarlo?
E ancora: dove finisce il disagio autentico e dove inizia il bisogno di visibilità?
Hillman direbbe che ogni anima ha un destino. Ma per scoprirlo, serve attraversare anche il disagio della frustrazione. Non evitarlo. Non rappresentarlo a beneficio di telecamera.
Gli studenti che hanno scelto il silenzio vanno ascoltati, certo. Ma anche invitati a dire qualcosa di più. Perché la scuola può essere dura, ingiusta, persino cieca. Ma è ancora uno dei pochi luoghi dove si può crescere senza filtri.
Il vero problema, forse, non è che gli studenti si ribellino. È come lo fanno. E perché, oggi, ci sembra normale che l’unico modo per farsi notare sia non parlare.
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