L’uomo deformato: quando il maschile diventa una maschera

C’è un momento, nel romanzo Il Gattopardo, in cui Tancredi — giovane, brillante, disilluso — dice allo zio: “Se vogliamo che tutto rimanga com'è, bisogna che tutto cambi.”
Ecco: il maschile contemporaneo sembra vivere in quello stesso paradosso.
Da un lato, la richiesta di cambiare, di evolvere, di diventare più empatico, più consapevole, più “nuovo”.
Dall’altro, una strana nostalgia, una pressione invisibile a restare virile, controllato, inattaccabile.

Nel mezzo di queste due forze, l’uomo si deforma.   

Non cresce: si piega.

Negli ultimi decenni, sotto la spinta necessaria del femminismo, il patriarcato ha perso terreno. Ma in molti casi, anziché trasformarsi, l’identità maschile si è frantumata.
E nel tentativo di essere “diverso da prima”, l’uomo ha cominciato a diventare altro da sé.

C’è il maschio finto tenero, tutto sorrisi e decostruzione forzata, che però implode di rabbia trattenuta.
C’è il maschio che “chiede scusa di esistere”, come dice Recalcati, e che in nome della correttezza perde il centro, lo spessore, la direzione.
C’è il maschio performativo, che piange nei podcast, ma non sa più difendere una posizione.
C’è l’uomo che si fustiga per ogni errore, anche quando la sua unica colpa è essere nato uomo.

È questa la deformazione del maschile: non la liberazione dalla vecchia virilità tossica, ma la sostituzione con un’identità artificiale, iperadattata, spesso narcisisticamente colpevole.

La letteratura ce lo racconta da secoli.

Pensiamo a Gregor Samsa, il protagonista de La metamorfosi di Kafka.
Un uomo che si sveglia trasformato in insetto, senza sapere perché. Nessuno gli chiede come sta. Nessuno lo ascolta. Diventa un problema, un corpo da nascondere.
Gregor è il maschile che non trova più posto: che lavora per tutti, che non si lamenta, che scompare nel silenzio. Quando smette di “funzionare”, viene rimosso. Letteralmente.

Oppure pensiamo a Heathcliff in Cime tempestose. Amato e odiato, selvatico e ferito, impossibile da controllare. Non è un eroe positivo, certo. Ma è un uomo che la società non sa incasellare. Troppo passionale per essere civile, troppo oscuro per essere accettato. Anche lui viene deformato: non dal femminile, ma dal rifiuto sociale. Diventa un demone perché non può essere semplicemente uomo.

E che dire di Jay Gatsby?
Un uomo che plasma la sua identità per compiacere lo sguardo di una donna, di una classe, di un’idea. Gatsby è l’emblema dell’uomo che si reinventa per essere accettato, amato, desiderato. Ma nel farlo, perde se stesso. E finisce ucciso da un equivoco.

Anche nella psicoanalisi troviamo questa deformazione.
Freud parlava della castrazione simbolica come momento fondante dell’identità maschile. Ma oggi molti uomini vivono una castrazione reale dell’identità: non possono esprimersi, non possono sbagliare, non possono mostrare ambivalenze senza sentirsi sotto accusa.

Invece di coltivare un maschile adulto, capace di tenere insieme forza e cura, eros e fragilità, la cultura contemporanea spinge verso due estremi opposti:
– o il maschio-ombra, che si autoaccusa, si mimetizza, si autocensura
– o il maschio-reazione, che urla, odia, si chiude nel vittimismo virile (vedi l’onda incel, redpill o maschilista tossico)

Ma entrambi sono deformazioni. Entrambi sono risposte a una mancanza di modelli integrati.

E allora, che fare?

Forse, come scrive Hillman, “non dobbiamo liberarci del maschile, ma liberare il maschile dal suo stesso equivoco”.
Non si tratta di tornare indietro, né di rinnegarci. Ma di trovare un linguaggio maschile ma non maschilista, forte ma non violento, sensibile ma non annullato.

Uomini che non devono più dimostrare nulla, ma possono finalmente esistere.

Non serve un nuovo “tipo di uomo”. Serve un uomo che possa finalmente essere se stesso, senza doversi deformare per piacere, per proteggersi, o per scomparire.

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