L’uomo solo in spiaggia: solitudine, identità e desiderio nella maschilità contemporanea

La scena è semplice ma densa di significato: un uomo solo in spiaggia. Non legge, non parla, non osserva. Sta. Nell’epoca della performance costante, anche la vacanza sembra spesso un’esibizione: corpi scolpiti, selfie filtrati, relazioni ostentate. Eppure, ci sono uomini – in particolare over 30, 40 e 50 – che non partecipano più a questo spettacolo. Restano da soli, e non sempre per scelta. Il loro silenzio racconta di un’assenza, ma anche di un potenziale spazio interiore. Cosa pensano? Cosa sentono, davvero?

La solitudine maschile è, oggi, un fenomeno sottovalutato. Secondo Michael Kimmel (2017), molti uomini, superata la soglia della giovinezza, si ritrovano in una condizione di isolamento emotivo che raramente riescono a nominare. Hanno relazioni funzionali – lavoro, figli, convivenze – ma poche connessioni intime. La spiaggia, spazio disfunzionale per eccellenza (nessun ruolo, nessun compito), fa emergere la nudità psichica: chi sono, quando nessuno mi definisce?

Un dato interessante è la crescente indifferenza di molti uomini adulti nei confronti delle figure femminili appariscenti, curate secondo codici estetici stereotipati. Questo non va confuso con un calo del desiderio, bensì con una trasformazione del suo oggetto. Jacques Lacan (1966) ricorda che il desiderio non si dirige verso il corpo in sé, ma verso il mistero dell’altro, verso ciò che manca e non si mostra. Il corpo ipervisibile, ipersessualizzato, può finire per spegnere il desiderio, perché chiude lo spazio del simbolico. L’uomo adulto non cerca più la conferma della virilità, ma forse un contatto emotivo che sia autentico, imperfetto, specchio di una propria vulnerabilità non più negabile.

In questa vulnerabilità emergente si iscrive un aspetto spesso trascurato: il tratto personologico dell’evitamento relazionale. Lungi dall’essere una semplice timidezza, questo tratto – descritto in letteratura anche come “personalità evitante” (Millon et al., 1994) – ha radici profonde in esperienze precoci di rifiuto, umiliazione o invisibilità durante la pubertà e l’adolescenza. È proprio in quei passaggi critici, segnati da trasformazioni corporee e aspettative sociali, che molti maschi imparano a dissociare il bisogno di vicinanza dal diritto di esprimerlo. Il corpo – allora giudicato, deriso, o ignorato – diventa nemico e prigione. L’interesse verso l’altro si tinge di paura. Così, nel tempo, si costruisce un uomo che desidera ma teme il contatto, che osserva ma non si espone, che immagina l’amore ma teme di non meritarselo.

Autori come Linehan (1993) e Dimaggio et al. (2007) hanno mostrato come questo tratto, seppur sottosoglia, incida profondamente sulla qualità delle relazioni intime e sull'autopercezione. In spiaggia, senza il conforto dei ruoli, l’uomo con tratti evitanti può apparire disinteressato, persino freddo. In realtà, è profondamente in ascolto: di sé, del mondo, della propria cicatrice. Ma non ha ancora parole né spazio per esprimerla. La sua solitudine non è un gesto di superiorità, ma il sintomo di una ferita antica. E se guarda il mare, forse spera ancora che qualcuno lo veda, senza pretendere che si mostri diverso.

L’emergere di una maschilità fluida, meno legata alla performance e più vicina al sentire, potrebbe offrire a questi uomini nuove possibilità di identità. La cultura del “maschio egemone” (Connell, 1995) non ha lasciato spazi per la vergogna, per il fallimento, per il desiderio ambiguo. Ma oggi, proprio attraverso la crisi, si può aprire una via diversa. La spiaggia – che espone e protegge insieme – è luogo simbolico di questa transizione.

In conclusione, l’uomo solo in spiaggia non è necessariamente depresso o disinteressato. È un uomo che, per la prima volta, si trova senza copione. Che forse non cerca un corpo, ma una voce. Non un ideale, ma una mano vera. E che nel silenzio, impara lentamente a sentire, senza più dover fuggire.
 

Bibliografia essenziale

    Connell, R. W. (1995). Masculinities. University of California Press.
    Dimaggio, G., Semerari, A., et al. (2007). Disorders of personality and mentalization: A model for research and treatment. London: Routledge.
    Kimmel, M. (2017). Healing from Hate: How Young Men Get Into—and Out of—Violent Extremism. University of California Press.
    Lacan, J. (1966). Écrits. Seuil.
    Linehan, M. M. (1993). Cognitive-Behavioral Treatment of Borderline Personality Disorder. Guilford Press.
    Millon, T., Davis, R., & Millon, C. (1994). The Millon Clinical Multiaxial Inventory Manual. 3rd Ed. National Computer Systems.

Commenti

Post popolari in questo blog

Il corpo come campo di battaglia in chi non ha parole

Attaccamento disorganizzato tra adattamento e frammentazione

“E se le anime avessero un filo?”