Ossessioni relazionali e tossicità affettiva: quando l’amore diventa dipendenza

Introduzione: l’amore oltre la soglia della salute

Amare può guarire, trasformare, aprire alla vita. Ma amare può anche ferire, consumare, ingabbiare. Esiste un confine, sottile ma determinante, tra l’amore sano e quello malato: quel confine si chiama ossessione relazionale.

Quando la relazione diventa totalizzante, quando l’altro è vissuto come indispensabile alla sopravvivenza psichica, quando la distanza o l’incertezza generano crisi profonde, allora siamo nel territorio della dipendenza affettiva. Non è raro che queste dinamiche, inizialmente mimetizzate da passione o dedizione, evolvano in forme disfunzionali o tossiche, spesso alimentate da ferite profonde e modelli relazionali appresi nell’infanzia.
 

Ossessione relazionale: una forma di dipendenza invisibile

L’ossessione relazionale è caratterizzata da pensieri persistenti e invasivi sul partner, da un bisogno costante di conferme e dalla paura irrazionale dell’abbandono. È una sindrome che ha molto in comune con le dipendenze patologiche: non a caso, Norwood (1985) parlava di “donne che amano troppo”, individuando comportamenti simili a quelli dell’alcolista, ma rivolti alla relazione.

In termini clinici, possiamo collocare l’ossessione relazionale all’interno della dipendenza affettiva (Hofer, 1984; García, 2015), un pattern disadattivo di attaccamento in cui il legame sentimentale diventa centrale e vitale, spesso a scapito dell’autonomia e dell’autostima. Numerosi studi (Lemmens et al., 2009; Carey et al., 2017) confermano che, in molte di queste relazioni, il partner “amato” finisce per essere vissuto come oggetto su cui proiettare paure antiche, tra cui il rifiuto, l’invisibilità, la solitudine.
 

Quando la donna è tossica: controllo, colpa, ipercoinvolgimento

Spesso si tende a rappresentare la tossicità relazionale solo come dominio maschile. In realtà, anche le donne possono agire comportamenti dannosi e manipolativi, seppur con modalità differenti. In ambito clinico, riconosciamo forme di controllo passivo, basato su senso di colpa, ipersensibilità e bisogno di centralità affettiva.

Donne che “non riescono a lasciar andare”, che chiamano ossessivamente, che costruiscono un’identità esclusivamente nella relazione, che reagiscono con silenzi punitivi o minacce implicite alla minima distanza emotiva. Alcune manifestano tratti del disturbo borderline di personalità (APA, DSM-5, 2013), altri del disturbo dipendente, ma in entrambi i casi il comune denominatore è l’angoscia da separazione.
 

Quando l’uomo è tossico: dominio, gelosia, svalutazione

Dall’altra parte, la tossicità maschile spesso si esprime in modo più diretto e autoritario. Si manifesta con gelosia patologica, controllo fisico e digitale (checking continuo del telefono, localizzazione GPS), con svalutazioni sistematiche dell’autostima del partner.

Gli studi di Dutton (1995) sui profili degli uomini abusanti rivelano tratti ricorrenti: bisogno di dominio, bassa tolleranza alla frustrazione, distorsione del pensiero affettivo (“se mi ama, deve obbedire”). In alcuni casi, si tratta di espressioni relazionali di tratti narcisistici o antisociali, e in altri di internalizzazioni culturali che autorizzano il controllo maschile in nome di un falso amore protettivo.

Ma anche l’uomo tossico, come la donna tossica, è spesso un soggetto ferito: da una figura materna svalutante, da un attaccamento disorganizzato, da una mascolinità costruita sull’assenza di empatia.
Relazioni disfunzionali: caratteristiche comuni

Al di là del genere, le relazioni disfunzionali hanno alcune caratteristiche comuni:

    Fusione emotiva: non esistono più due identità, ma un’unica entità invischiata e fragile.
    Instabilità ciclica: si alternano fasi di idealizzazione a crisi violente.
    Controllo e dipendenza: uno dei due domina, l’altro si annulla.
    Senso cronico di insicurezza: l’altro è visto come sempre in bilico tra fedeltà e tradimento.
    Paura della solitudine: si resta, anche quando fa male, per terrore del vuoto.


In opposizione, una relazione funzionale si riconosce da alcuni indicatori psicologici:

    Comunicazione autentica: esprimere i propri bisogni senza manipolare.
    Spazio personale rispettato: ognuno può coltivare sé stesso e le proprie passioni.
    Supporto reciproco: ci si sostiene, ma non ci si salva a vicenda.
    Sicurezza emotiva: non si ama per bisogno, ma per scelta.

Comunicazione autentica significa parlare in modo sincero, senza maschere e senza giochi. Vuol dire dire quello che si prova davvero, con rispetto, senza accusare o manipolare l’altro. È sapersi esprimere senza paura di essere giudicati, e ascoltare l’altro senza voler avere sempre ragione. Nella comunicazione autentica non si mente, non si finge, non si tace per punire: si cerca invece un dialogo vero, che faccia bene a entrambi.

Non si sta discutendo di relazioni perfette, ma di legami in cui si può sbagliare senza perdersi, e in cui il conflitto non annienta, ma insegna.
 

Curare la ferita, non controllare l’altro... o cosa?

Molti dei comportamenti ossessivi o tossici nascono da un dolore antico. Non ci si libera dell’ossessione chiedendo all’altro di rassicurarci di più. Ci si libera dell’ossessione lavorando sulla propria paura dell’abbandono, sulla propria autostima, sui modelli relazionali appresi. In terapia, queste dinamiche emergono spesso come nodi centrali del lavoro trasformativo.
Lasciare andare, talvolta, è un atto di amore verso sé stessi. E imparare ad amare senza possedere è il compito più difficile, ma anche il più liberante, della nostra vita emotiva.
 


Bibliografia essenziale


    American Psychiatric Association. (2013). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders – 5th Edition (DSM-5). Washington, DC.
    Carey, M., Bingham, S., & Walters, D. (2017). Attachment, dependency and partner obsession: A clinical overview. Journal of Psychotherapy Integration, 27(3), 234-246.
    Dutton, D. G. (1995). The Domestic Assault of Women: Psychological and Criminal Justice Perspectives. UBC Press.
    García, F. E., & Cova, F. (2015). Dependency and love addiction: A review of literature. Psychology Research, 5(12), 720–728.
    Hofer, M. A. (1984). Relationships as regulators: A psychobiological perspective on bereavement. Psychosomatic Medicine, 46(3), 183–197.
    Lemmens, G. M. D., Eisler, I., & Buysse, A. (2009). Love and obsession: Clinical treatment of relational enmeshment. Clinical Psychology & Psychotherapy, 16(2), 105–115.
    Norwood, R. (1985). Women Who Love Too Much. Pocket Books.


 

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