Tra fiori e ricordi: un viaggio nella cucina dell’infanzia

Ci sono momenti in cui un semplice fiore riesce a riportarmi indietro, molto indietro, fino a una cucina che ormai esiste solo nei ricordi.

L’occasione? I bellissimi fiori che Anna ha condiviso, un ponte tra la sua esperienza e i miei ricordi…

Non c’è più quel tempo: rimane solo un nostalgico ricordo. Ricordo bene quando, da piccolo, avrò avuto sui cinque anni, in casa si pensò di decorare le ante dei pensili della cucina; non una cucina qualunque, ma quella della mia infanzia, il cuore pulsante di una casa dove il tempo sembrava scorrere più lentamente, e ogni oggetto, ogni angolo, aveva una storia da raccontare. Era qualcosa di usuale, fare decorazioni; era quel passaggio tra cucine semplici, con credenze dal sapore antico, e quelle che si sarebbero imposte con i brand che oggi tutti conosciamo.

Come si decoravano le ante? In cartoleria c’erano adesivi grandi pochi centimetri, con fiorellini bellissimi, che si potevano attaccare alle ante: allora le colle erano diverse da oggi, e oggi, in nome di una logica eco-sostenibile, tutto si deteriora rapidamente, restituendo l’impressione che la fine di tutte le cose sia molto più vicina.

Sopra i pensili, tre piccoli fiori decorativi vegliavano silenziosi: un glicine violaceo, una margherita bianca e un delicato fiore di pesco rosa pallido. Non erano solo ornamenti, ma compagni di viaggio in un tempo sospeso tra la spensieratezza e le prove che presto avrei dovuto affrontare.

Ricordo il glicine come un grappolo di promesse appese, fragile ma tenace, con un colore intenso che sembrava sfidare le ombre delle pareti. Quante volte, da bambino, mi perdevo a fissarne i petali, cercando in essi un senso di stabilità, un’ancora a cui aggrapparmi in mezzo all’incertezza.

La margherita, con la sua semplicità, era il simbolo di ciò che non deve mai perdersi: la purezza degli sguardi, la speranza che anche nei giorni più grigi può fare capolino un raggio di luce. Era il fiore che mi ricordava che, nonostante tutto, c’è sempre un motivo per credere in qualcosa di buono.

E poi c’era il fiore di pesco, tenue e quasi impalpabile nel suo rosa pallido, un richiamo alla delicatezza nascosta nelle piccole cose: il profumo del caffè al mattino, il calore di un abbraccio, il suono della voce di chi ti vuole bene. Quel fiore mi insegnava a non perdere mai di vista la bellezza, anche quando la vita si fa complicata.

La cucina era un luogo di passaggi, di incontri e di silenzi. Un crocevia di odori familiari e gesti ripetuti, in cui crescevano le radici di ciò che sarei diventato. Ogni mattina, il sole filtrava attraverso la finestra e si posava su quei fiori, come a volerli proteggere da un mondo che fuori poteva essere impietoso.

Oggi, ogni volta che la vita mi pone davanti a nuove sfide, chiudo gli occhi e torno lì. Mi ritrovo in quella cucina, accanto a quei fiori, e sento la loro voce silenziosa che mi parla di forza, speranza e delicatezza.

È un rituale che mi aiuta a non perdere la tenerezza, quella capacità di sentire anche quando tutto intorno sembra gridare. Perché so che ogni stagione, anche la più difficile, porta con sé i suoi fiori. E che ogni dolore, se accolto, può trasformarsi in qualcosa di nuovo, di vivo, di capace di fiorire.

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