Voyeurismo patologico? Riflessione a freddo sul caso "Mia moglie"
Il recente scandalo emerso attorno al gruppo Facebook denominato “Mia moglie”, scoperto alla fine di agosto 2025, ha acceso una discussione pubblica in Italia sul voyeurismo digitale, cioè sulla patologia del desiderio di possedere e sul processo di eroticizzazione della donna fragile. Il gruppo, attivo dal 2019 fino alla sua chiusura, contava circa 32 000 membri (31 985 come dalle immagini che restano nel cimitero del web a perenne memoria) che condividevano immagini intime di donne — spesso ignoranti della diffusione — accompagnate da commenti erotizzati, denigratori o esplicitamente sessuali il tutto è emerso anche grazie a segnalazioni dal mondo del giornalismo-investigativo, cui dobbiamo davvero atto di grande coraggio etico e morale: Financial TimesWired ItaliaIl Fatto Quotidiano. La piattaforma ha proceduto alla chiusura per violazione delle policy contro lo sfruttamento sessuale di adulti.
Prima di sottolineare il punto di vista clinico di questa triste storia, serve un punto di osservazione del rapporto dell'immagine della donna in un contesto di forme, di immagine sia fotografica che pittorica. Negli ultimi centosetta'anni l’atto di “usare” e “abusare” la donna nell’immagine nasce dall’innesto tra eredità iconografiche antiche e nuove economie dello sguardo. La fotografia ottocentesca eredita dalla ritrattistica pittorica la posa “decorosa” e l’allegoria (madonne, muse, ninfe), ma toglie l’aura unica dell’opera e introduce la serialità, il mercato e la riproducibilità: il corpo femminile da soggetto “elevato” diventa bene scambiabile, catalogabile, ritagliabile. Se nella ritrattistica d’ancien régime il corpo della donna veniva idealizzato e inscritto in ruoli (sposa, madre, santa, cortigiana) attraverso codici di status e decoro, con la fotografia commerciale tardottocentesca e con le cartoline “semi-licenziose” la donna viene progressivamente spogliata della cornice mitica e ri-vestita di cliché: la grazia diventa posa, la virtù diventa carne, l’individuo diventa "tipo". Il Novecento rafforza il dispositivo: le avanguardie e la moda amplificano la frammentazione (viso, bocca, gambe) e il feticismo dell’inquadratura, la pubblicità istituisce il nesso desiderio-consumo, il cinema codifica il “piacere di guardare” in grammatica narrativa (soggettive che spogliano, luci che levigano, stacchi che sezionano). Nel secondo dopoguerra la pin-up e poi il glamour televisivo trasformano l’eros in standard: lo sguardo maschile diventa infrastruttura culturale e la donna, pur conquistando spazio pubblico, resta spesso mediata come superficie valutabile; la fotografia d’autore gioca talvolta alla sovversione ma raramente scioglie il nodo proprietario. Con il digitale la logica cambia scala: la camera domestica e lo smartphone spostano la produzione d’immagini nel privato, ma la rete ricolloca quei frammenti in spazi pubblici o para-pubblici governati da algoritmi e da “pubblici di pubblico” (il branco che guarda chi guarda); il consenso, che nella ritrattistica storica era implicito e nella fotografia professionale contrattuale, diventa fragile, revocabile, spesso ignorato. Così il pattern triadico che vedi nel gruppo “Mia moglie” (voyeurismo, oggettificazione, eroticizzazione della fragilità) appare come mutazione contemporanea di antichi copioni: la donna-icona (divinizzata), la donna-merce (usata), la donna-vittima (abusata). Clinicamente, il passaggio dalla tela alla piattaforma intensifica tre fattori di rischio: (1) disinibizione situazionale e de-responsabilizzazione di gruppo, che trasformano il guardare in rito identitario; (2) feticizzazione della vulnerabilità, erede dell’idealizzazione sacrale ma rovesciata in “piacere della dipendenza” (la fragilità come segnale di possesso, non come domanda di cura); (3) economia dell’attenzione che premia l’estremo e addestra lo spettatore a ricercare sempre più stimolo, con esiti parafilici o, nei casi più gravi, parafilie coatte. In controluce, il confronto col passato mostra che l’abuso oggi non consiste solo nel “cosa” si mostra ma nel “come” e “dove” circola: il frame pittorico custodiva l’immagine in un luogo e in una relazione; il feed la sgancia, la duplica, la fa esistere davanti a molteplicità anonime che si rafforzano a vicenda, generando la sensazione di legittimità del possesso (“se tutti guardano, allora è guardabile”).
Dal punto di vista clinico-patologico, si osservano alcune dinamiche centrali: innanzitutto, un quadro che richiama il voyeurismo patologico — cioè la ricerca di eccitazione attraverso l’osservazione di persone ignare, spesso nude o in intimità — che secondo la definizione psichiatrica e criminologica diventa patologia quando è l’unica fonte di soddisfazione sessuale e coinvolge soggetti non consenzienti In questo caso, però, l’atto non è relegato all’osservazione privata, ma si trasforma in performance pubblica, con un rito collettivo: il corpo della donna diventa oggetto di consumo simbolico, proiettato a soddisfare il “branco” maschile nell’illusione di affermare una mascolinità condivisa. Questa dinamica è anche una forma di relativa identità maschile che si costruisce per delega, cioè attraverso l’approvazione di una comunità (in questo caso virtuale): la donna diventa veicolo, simbolo e prova del valore virile, non desiderio individuale ma “attestato di virilità” ottenuto via massa.
Culturalmente, la storia del ruolo della donna abusata-usata-divinizzata ha radici profonde: nel patriarcato la donna è stata relegata al ruolo di oggetto sacrificale o simbolo di possesso. Qui emerge una perversione contemporanea: da musa idealizzata a oggetto filmico o teatro dell’erotismo altrui. Il gruppo rappresenta una regressione culturale e psicologica, dove la fragilità femminile — reale o percepita — viene sfruttata come componente erotica, negando ogni autonomia e dignità.
L’elevato numero di segnalazioni e denunce — oltre 2 800 solo alla Polizia Postale, arrivate anche grazie alla denuncia dell’attivista Carolina Capria su Instagram — ha innescato una reazione istituzionale e giudiziaria: si ipotizzano reati di revenge porn, violazione della privacy, pornografia non consensuale, diffamazione e potenzialmente pedopornografia, con pene che arrivano fino a sei o sette anni di carcere. Da punto di vista psicologico dei gruppi, il fenomeno rientra nelle logiche della dinamica di branco, dove si amplifica la pressione verso l’estremizzazione dei comportamenti e l’individuazione del “nemico” o del “bersaglio” — in questo caso, una donna ignara — per rafforzare la coesione interna del gruppo.
Bibliografia essenziale
Per l’approfondimento clinico-iconografico: John Berger, Ways of Seeing (1972); Laura Mulvey, “Visual Pleasure and Narrative Cinema” (1975); Susan Sontag, On Photography (1977); Abigail Solomon-Godeau, Photography at the Dock (1991); Griselda Pollock, Vision and Difference (1988); Ariella Aïsha Azoulay, The Civil Contract of Photography (2008); bell hooks, “The Oppositional Gaze” (1992); Linda Nochlin, “Why Have There Been No Great Women Artists?” (1971); John Tagg, The Burden of Representation (1988).

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