La psicosi collettiva sul “maschio”: tra paura sociale e lettura psicologica
Negli
ultimi decenni, la figura maschile ha subito una trasformazione
radicale nell’immaginario collettivo. Se per secoli il maschio è
stato identificato con forza, autorità e protezione, oggi sempre più
spesso viene percepito come potenziale minaccia. Episodi di cronaca
nera, violenze di genere, femminicidi e abusi amplificati dai media
hanno contribuito a plasmare una narrazione che trasforma l’uomo,
in quanto tale, in un simbolo di pericolo.
Dal punto di vista
psicologico, questo fenomeno si avvicina a ciò che la letteratura
classica definisce psicosi
collettiva:
una costruzione sociale condivisa che proietta paure, angosce e
pulsioni represse su un oggetto esterno, trasformandolo in capro
espiatorio (Freud, 1921; Le Bon, 1895).
Mascolinità e salute mentale
La psicosi collettiva non nasce nel vuoto, ma si innesta su trasformazioni reali che riguardano gli uomini stessi. Numerosi studi hanno mostrato come l’adesione a modelli tradizionali di mascolinità sia correlata a vissuti di disagio psicologico.
Ma che cos'è una psicosi collettiva? Possiamo dunque definire la psicosi collettiva come: “Un processo in cui un gruppo o una comunità, per contagio emotivo e regressione cognitiva, sviluppa credenze e vissuti patologici condivisi, simili a stati psicotici individuali, con perdita del contatto critico con la realtà e proiezione delle angosce su oggetti esterni.” Il concetto di psicosi collettiva affonda le sue radici nel XIX secolo, quando due psichiatri francesi, Jules Lasègue e Jean-Pierre Falret, nel 1877 descrissero per la prima volta la folie à deux, una condizione in cui un delirio individuale può “contagiare” un’altra persona, fino a dar vita a una follia condivisa. Questo modello clinico venne presto esteso a piccoli gruppi, gettando le basi per l’idea che la malattia mentale possa assumere una forma comunitaria. Quali i contributi contemporanei?
Herreen, Currier e Schlichthorst (2021) hanno dimostrato, in un’indagine su 15.000 uomini australiani, che la conformità a norme maschili rigide (forza, autosufficienza, invulnerabilità) è associata a maggiori livelli di depressione e disagio emotivo.
Nordin, Degerstedt e Granholm Valmari (2024), in una scoping review, hanno evidenziato come queste stesse norme favoriscano isolamento e solitudine, ostacolando la possibilità di creare legami autentici.
Una recente meta-analisi (International Union of Psychological Science, 2025) ha confermato che la mascolinità tradizionale riduce in modo significativo la disponibilità degli uomini a cercare supporto psicologico, aumentando il rischio di cronicizzazione della sofferenza.
Ne risulta un quadro paradossale: mentre il maschio è percepito socialmente come minaccia, internamente vive spesso una condizione di vulnerabilità, senso di inadeguatezza e difficoltà a chiedere aiuto.
Dinamiche di massa e paura collettiva
Come detto in precedenza , per
comprendere come questo vissuto individuale diventi fenomeno
culturale e sociale, è necessario richiamare le teorie classiche
sulla psicologia delle folle, che sorse come studio filosofico all'indomani della rivoluzione francese del 1789 e delle implicazioni successive, cioè del terrore robespierriano, nonché degli eventi successivi e cioè l'età di Napoleone I del Congresso di Vienna e delle rivoluzioni liberali in Europa dal 1840 in poi.
Le Bon (1895) descrisse la folla come entità capace di generare un’inconscia regressione: gli individui, perdendo senso critico, si lasciano guidare da emozioni primitive e suggestionabili.
Freud (1921) riprese e ampliò questa visione, mostrando come i meccanismi identificativi con un leader o con un’immagine simbolica creino processi di idealizzazione e demonizzazione collettiva.
Pasquale Rossi (1898; 1899; 1901) in Italia sottolineò l’aspetto “morboso” di questi fenomeni: la collettività, in certe condizioni, funziona come un organismo affetto da stati patologici, con percezioni distorte e condotte parossistiche.
Se applichiamo queste prospettive al presente, possiamo comprendere come la figura del maschio sia divenuta, per molte comunità, l’oggetto di una paura amplificata e generalizzata. Non si tratta più di condannare singoli comportamenti, ma di attribuire un significato minaccioso all’intero genere, con effetti di sospetto diffuso e semplificazione stereotipica.
Il maschio come Ombra collettiva
Dal
punto di vista simbolico, possiamo leggere la “paura del maschio”
come un processo di proiezione dell’Ombra junghiana: l’insieme
delle parti negate e non integrate della psiche collettiva. La
violenza, l’aggressività, il dominio, tratti universalmente umani,
vengono culturalmente collocati nel maschile, che diventa contenitore
dell’angoscia sociale.
Questa dinamica, pur generando
inizialmente un senso di protezione, comporta gravi rischi:
alimenta polarizzazioni di genere, riducendo la complessità a un’opposizione binaria “uomo = minaccia / donna = vittima”;
indebolisce la fiducia reciproca, base essenziale delle relazioni;
crea un clima culturale in cui l’uomo stesso fatica a riconoscersi in identità positive, rimanendo prigioniero tra vergogna e difesa aggressiva.
Implicazioni psicologiche e culturali
Da un punto di vista clinico e psico-sociale, la sfida è duplice:
Restituire complessità: non esiste “il maschio” come categoria monolitica, ma esistono uomini diversi, con storie e possibilità di cambiamento.
Decostruire la paura: lavorare sugli stereotipi collettivi, creando spazi di dialogo e consapevolezza, affinché il maschile non sia più vissuto come minaccia ma come possibilità di cura, presenza e responsabilità.
Favorire identità maschili plurali: incoraggiare modelli di mascolinità che non siano prigioni di rigidità, ma aperture a nuove forme di sensibilità, cooperazione e relazionalità.
Il superamento della psicosi collettiva non significa negare la realtà della violenza maschile, ma riconoscere che essa non può essere generalizzata a un’intera categoria. Il futuro richiede una cultura capace di integrare Ombra e Luce, riconoscendo la possibilità di un maschile rinnovato e costruttivo.
Conclusione
La
paura del maschio, come fenomeno contemporaneo, riflette un intreccio
di fattori reali (la violenza di genere, la crisi dei modelli
identitari) e simbolici (la proiezione collettiva di angosce
inconsce). Solo un approccio che tenga insieme psicologia
individuale, psicologia sociale e analisi culturale può restituire
uno sguardo meno patologizzante e più generativo.
La sfida per
psicologi, educatori e operatori sociali è dunque quella di
trasformare questa paura in occasione di crescita: dal maschio come
minaccia al maschio come partner, padre, cittadino capace di cura.
Bibliografia
Freud, S. (1921). Massenpsychologie und Ich-Analyse. Vienna: Internationaler Psychoanalytischer Verlag.
Herreen, D., Currier, D., & Schlichthorst, M. (2021). Associations between conformity to masculine norms and depression: age effects from a population study of Australian men. BMC Psychology, 9, 32.
International Union of Psychological Science (2025). Traditional Masculinity and Men's Psychological Help-Seeking: A Meta-Analysis. International Journal of Psychology.
Le Bon, G. (1895). Psychologie des foules. Paris: Félix Alcan.
Nordin, T., Degerstedt, F., & Granholm Valmari, E. (2024). Masculinity norms and their interplay with loneliness and social connectedness among men in Western societies: A scoping review. American Journal of Men’s Health, 18(3).
Rossi, P. (1898). L’animo della folla. Torino: Bocca.
Rossi, P. (1899). Psicologia collettiva. Torino: Bocca.
Rossi, P. (1901). Psicologia collettiva morbosa. Torino: Bocca.

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