Americani, Comunisti e Fascisti. Il Secolo Breve dell’indignazione
C’è stato un tempo in cui l’indignazione era una forma di nobiltà. Nel Secolo Breve, così Eric Hobsbawm chiamò il Novecento (Hobsbawm, Il secolo breve, 1994), essa tracciava il confine tra chi dormiva e chi vegliava, tra l’indifferenza e la coscienza. Ma oggi, quando indignarsi è considerato un eccesso, un fastidio o un "problema di carattere", occorre domandarsi che fine abbia fatto quella passione civile che attraversava i secoli come un fuoco sacro.
Gli Americani la chiamarono “outrage” un termine che conteneva insieme rabbia e senso del giusto. I Comunisti la chiamarono “coscienza di classe”, e i Fascisti la manipolarono fino a trasformarla in odio collettivo. Tre modelli diversi, tre antropologie morali, tre risposte psicologiche al trauma della modernità.
L’indignazione come cura e come veleno
L’indignazione, nella sua forma più pura, nasce dall’incontro fra la percezione dell’ingiustizia e l’idea di poterla trasformare. È una risposta morale, non solo emotiva: un “no” pronunciato con l’intero corpo.
Albert Camus, ne L’uomo in rivolta (1951), scriveva che “mi indigno, dunque siamo”. Ribaltava così la formula cartesiana: non penso, ma mi indigno e in quel gesto scopro l’altro, la comunità, la solidarietà possibile.
Il comunismo del Novecento, con tutte le sue degenerazioni, nacque da questa tensione. Le fabbriche, le miniere, i comizi erano luoghi dell’indignazione collettiva. Gli americani del New Deal, pur dall’altra parte dell’ideologia, provarono lo stesso impulso: dare forma politica al dolore economico. Roosevelt e Gramsci, da mondi opposti, avrebbero potuto stringersi la mano sul valore terapeutico del sentirsi “offesi” dal mondo così com’è.
Eppure, lo stesso sentimento l’indignazione fu deformato dai fascismi, che seppero tradurlo in vendetta. Mussolini comprese che la rabbia delle masse è più controllabile della loro coscienza; Hitler ne fece una religione.
L’indignazione si mutò in rancore, il dolore in paranoia. La psicologia collettiva del fascismo Reich l’aveva intuito già nel 1933 (Psicologia di massa del fascismo) è la storia di un’emozione legittima che diventa patologia sociale.
Il contrario dell’indignazione
Il contrario dell’indignazione non è la serenità, ma la rassegnazione.
Nel capitalismo avanzato, scriveva Herbert Marcuse in L’uomo a una dimensione (1964), le persone non si ribellano più perché sono “soddisfatte in modo infelice”. L’indignazione, che nel secolo breve era il sale della vita politica, si dissolve in un benessere ipnotico.
È il trionfo della neutralità emotiva, della tolleranza come anestesia.
Forse è per questo che oggi gli algoritmi hanno sostituito le piazze: la nostra indignazione è misurata in “engagement”, trasformata in un valore economico. Siamo diventati spettatori del nostro stesso malcontento.
Pasolini lo aveva previsto con una precisione profetica: “L’indignazione non serve più a nulla se non a essere filmata” (Scritti corsari, 1975).
Una psicologia dell’indignazione
Da psicologo, direi che l’indignazione è la forma politica della vergogna sana: quella che nasce dal riconoscere la dignità ferita. La vergogna malata immobilizza, quella sana muove. In un’epoca in cui la vergogna è abolita, e l’indifferenza premiata, indignarsi torna a essere un atto terapeutico.
Non un sintomo, ma una cura.
Non si tratta di scegliere tra Americani, Comunisti o Fascisti, ma di riconoscere che ognuno di questi mondi ha gestito diversamente la stessa ferita: la paura di non contare nulla.
Il secolo breve, con le sue guerre e i suoi ideali, fu un secolo di passioni morali. Il nostro, invece, rischia di essere un secolo lungo di apatia psicologica.
Ma l’indignazione quella autentica, che non urla ma costruisce è sempre pronta a rinascere.
Forse è questo, alla fine, il vero lascito del Novecento: la consapevolezza che non si vive davvero senza un minimo di sdegno.
Il tempo presente è il Secolo Liquido, ma io preferisco chiamarlo l'Era dell'Anti-Innocenza.
Bibliografia essenziale
Eric Hobsbawm, Il secolo breve, Rizzoli, 1994.
Albert Camus, L’uomo in rivolta, Gallimard, 1951.
Wilhelm Reich, Psicologia di massa del fascismo, Sugar, 1970.
Herbert Marcuse, L’uomo a una dimensione, Einaudi, 1967.
Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari, Garzanti, 1975.
Hannah Arendt, La banalità del male, Feltrinelli, 1963.
Martha Nussbaum, Emozioni politiche, Il Mulino, 2014.
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