L’arte di restare umani (mentre tutto intorno si spegne)

Quando la connessione continua diventa una forma di erosione interiore

di Antonio Di Giorgio

Abstract:
Viviamo in un mondo in cui il confine tra lavoro e vita personale è sempre più sottile. Riceviamo email nel cuore della notte, rispondiamo a messaggi nel weekend, ci sentiamo vivi solo se restiamo connessi. Ma la psiche non è fatta per reggere la continuità. Restare umani, oggi, significa reimparare a proteggere i propri tempi, il silenzio, e l’anima stessa dalla frenesia del mondo.


C’è un momento, nei nostri giorni, in cui si avverte che qualcosa di invisibile si è incrinato. Non è un rumore, ma un’assenza. È la perdita della lentezza, dello spazio interiore, del diritto al silenzio.
Oggi si vive come se tutto fosse urgente. Lavoriamo, rispondiamo, reagiamo. E anche quando il corpo chiede tregua, la mente resta in modalità online.

Non è raro ricevere — in piena notte o nel fine settimana — email di lavoro, messaggi professionali, sollecitazioni che violano quello che un tempo chiamavamo “tempo libero”. Ma libero da cosa? Dall’essere sempre connessi, forse.
Quelle mail non sono solo notifiche: sono segni di un mondo che non riconosce più il confine tra funzione e identità.
Ci sentiamo vivi solo se produciamo, validi solo se rispondiamo.

Dal punto di vista psicologico, ciò che accade è una forma di erosione del sé.
Quando il tempo personale viene continuamente attraversato dal tempo professionale, l’Io perde le sue coordinate. Si vive in uno stato di perenne vigilanza, come se la nostra esistenza dipendesse dalla velocità con cui restituiamo un “ok”.
Ma la psiche non è fatta per vivere in allerta.
Ha bisogno di cicli, di pause, di vuoti.
Come il respiro: inspiro, espiro, e poi un istante di sospensione, impercettibile, ma essenziale.

In terapia incontro spesso persone che non riescono più a dormire, non perché soffrano d’insonnia, ma perché non sanno staccare.
Si portano a letto il lavoro, le chat, i pensieri degli altri.
Vivono un’iperconnessione che non è solo tecnologica, ma affettiva.
Essere sempre raggiungibili diventa una prova di valore.
Eppure, il cervello umano non è progettato per una stimolazione continua: ha bisogno di tempo per elaborare, integrare, sognare.

C’è una parola che amo molto: protezione.
Non nel senso difensivo, ma vitale.
Proteggersi non è chiudersi: è custodire ciò che ci rende umani.
Proteggere il proprio tempo, il proprio corpo, il diritto a non essere disponibili sempre.
In un’epoca in cui tutto è pubblico, ricordare che esiste ancora una zona privata — un luogo in cui nessuno entra, nemmeno per lavoro — è un atto di salute mentale.

Essere umani oggi significa anche questo: imparare a dire non ora.
A non rispondere di notte.
A concedersi la lentezza come forma di lucidità, e la pausa come strumento di cura.
Significa tornare a respirare secondo i propri ritmi, non quelli imposti dal sistema.
Significa, in fondo, reimparare ad ascoltare.

Le email inviate alle due del mattino sono solo un sintomo di un mondo in affanno.
Dietro ogni notifica c’è il bisogno disperato di restare al passo, di non sparire.
Ma è proprio nella capacità di sottrarsi — di scegliere di non esserci sempre — che si rivela la nostra più profonda umanità.

Restare umani, oggi, è una forma di disobbedienza gentile.
Un atto silenzioso, ma rivoluzionario.
È il modo in cui l’anima ci ricorda che non siamo macchine, ma persone — e che anche il tempo, come la cura, ha bisogno di rispetto.


📖 Per approfondire

  • Kenzie Burchell (2024)Constant Disconnection: The Weight of Everyday Digital Life, Stanford University Press.
    Un’analisi lucida di come la connessione costante modifichi la percezione di sé e la qualità della vita, generando un senso di disconnessione interna nonostante l’apparente iperpresenza.

  • Jeffrey Boase (2025)The Digital Bind: Constant Connectivity and the Reconfiguring of Family, Work, and Friendship, Oxford University Press.
    Un saggio sulle conseguenze psicologiche e sociali della reperibilità continua, e su come essa stia ridefinendo i confini tra lavoro, affetti e libertà personale.

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