Specchi dell’anima: l’alterazione del
![]() |
Il DSM-5 (American Psychiatric Association, 2013) colloca le alterazioni dell’identità nel quadro dei disturbi dissociativi, descrivendole come una disgregazione della normale integrazione di coscienza, memoria, percezione del corpo e senso di continuità del Sé. È la condizione in cui la persona sperimenta di essere “divisa”, di osservare se stessa dall’esterno, di vivere in una scena senza più sentirsi parte dell’azione.
Il Sé diventa allora una presenza intermittente, come una voce che si interrompe o un riflesso che sfugge.
Negli anni Novanta la psicologia clinica si trovò davanti a una nuova epidemia silenziosa: i disturbi alimentari. L’anoressia e la bulimia, già descritte in precedenza, divennero un fenomeno sociale diffuso, simbolo di un malessere più profondo che attraversava i corpi e le identità. Il corpo, che fino a pochi decenni prima era veicolo di espressione e vitalità, divenne superficie di controllo, di cancellazione, di riscrittura.
La perdita di peso appariva come il tentativo estremo di sottrarsi al disordine del mondo, un atto di potere illusorio sul proprio essere. Ma in realtà rappresentava l’erosione della percezione di sé.
Il corpo smise di essere casa e divenne campo di battaglia. (Orbach, Fat is a Feminist Issue, 1978).
L’immagine corporea alterata è uno dei sintomi più eloquenti di una crisi identitaria. Nella Body Image Disturbance la percezione del proprio corpo non coincide più con la realtà fisica, ma viene filtrata da credenze, emozioni e giudizi di valore.
L’individuo non “vede” ciò che è, ma ciò che teme o desidera essere. È uno scarto che nasce dal rapporto fra rappresentazione e presenza. (Cash & Pruzinsky, Body Images: Development, Deviance, and Change, 1990).
Il passaggio dagli anni Novanta all’epoca digitale ha amplificato questo fenomeno. I social media, la fotografia istantanea e i filtri estetici hanno moltiplicato le possibilità di specchiarsi e al tempo stesso di perdersi. Ogni immagine di sé diventa una possibile identità, una maschera fluida, una narrazione che può piacere o deludere.
Non siamo più davanti allo specchio, ma dentro lo specchio. L’Io contemporaneo vive nella tensione fra visibilità e sparizione, fra il desiderio di essere visto e la paura di non essere mai abbastanza. (Turkle, Alone Together, 2011).
Già Jacques Lacan, nel suo celebre scritto Lo stadio dello specchio (1949), descriveva il momento in cui il bambino, riconoscendosi per la prima volta nel riflesso, costruisce la propria identità immaginaria. Ma ciò che rassicura, può anche alienare: la forma unitaria che lo specchio rimanda è un’illusione di coerenza che il soggetto rincorrerà per tutta la vita.
Quando la società propone modelli di perfezione irraggiungibili, quella illusione diventa ferita. Lo specchio non è più il luogo del riconoscimento, ma dell’estraneità.
Paul Ricoeur, in Soi-même comme un autre (1990), afferma che l’identità non è un dato, ma un racconto. Ci riconosciamo attraverso le storie che diciamo di noi stessi. Quando la narrazione si interrompe, il Sé si frammenta. Per questo, in terapia, il compito non è “ritrovare” l’identità perduta, ma aiutare la persona a costruirne una nuova, coerente, viva.
Come scrive Jerome Bruner in Acts of Meaning (1990), la mente umana è narrativa per natura, e la guarigione passa attraverso la possibilità di rinarrare la propria esperienza, anche quella dolorosa, dentro un senso che restituisca continuità.
Oggi, di fronte alla crescente complessità dei disturbi dell’immagine corporea e dell’identità, lo psicologo è chiamato non solo a diagnosticare, ma a interpretare. A cogliere nei sintomi non soltanto la patologia, ma il messaggio che il Sé frammentato tenta di comunicare.
Dietro ogni corpo che rifiuta il cibo o che lo usa come anestesia, dietro ogni selfie ossessivo, dietro ogni voce interiore che dice “non sono abbastanza”, si cela la stessa domanda: chi sono, davvero, io?
Forse la risposta, come nello specchio della fotografia, non sta nel riflesso, ma nello sguardo che lo attraversa.
Perché anche quando l’immagine si spezza, la possibilità di riconoscersi rimane. Nella crepa di un volto, nella piega di una memoria, nel silenzio di una stanza, il Sé può tornare a respirare.
[dedicato al ricordo alla signora Ebe, madre di Cristina e zia di Sabrina che c'insegnò ed ispirandoci alla"quintessenza dell'amicizia"]
(Foto di Sabrina Martelli su gentile concessione)

Commenti
Posta un commento