Famiglia disfunzionale e incidenza suicidaria in età adolescenziale Un'analisi narrativa tra ricerca scientifica e testimonianze - il silenzio che uccide


di Antonio Di Giorgio, Psicologo

L'adolescenza è tradizionalmente descritta come un periodo di tempesta emotiva, di passaggi iniziatici, di prime volte. Ma per un numero crescente di giovani italiani, questa fase della vita si trasforma in un tunnel senza via d'uscita. I numeri, quando si parla di suicidio adolescenziale, hanno il potere di gelare il sangue: secondo il report CNR-IRPPS del 2023, quasi un adolescente su due (il 44,9%) ha pensato almeno una volta al suicidio.
Dietro queste percentuali si celano storie di ragazze e ragazzi che non ce l'hanno fatta, ma anche – e soprattutto – storie di famiglie che non sono riuscite a essere quel porto sicuro di cui i figli avevano disperatamente bisogno. Perché se è vero che il malessere giovanile ha radici multiple, è altrettanto vero che la famiglia, quando è disfunzionale, può diventare il terreno fertile in cui quel malessere attecchisce e cresce.

La famiglia come specchio rotto

La famiglia dovrebbe essere, nelle migliori delle ipotesi, un luogo di rispecchiamento. L'adolescente si guarda negli occhi dei genitori e cerca conferma della propria esistenza, del proprio valore, della propria direzione. Ma quando quello specchio è incrinato, quando restituisce immagini distorte o, peggio, quando è semplicemente assente, il giovane rimane senza punti di riferimento.
Alberto Eiguer, nel suo fondamentale saggio "La famiglia dell'adolescente. Il ritorno degli antenati" (FrancoAngeli, 2011), introduce un concetto che meriterebbe di essere scolpito nella mente di ogni operatore del settore: l'idea che i sintomi dell'adolescente – comprese le tendenze suicide – non siano mai solo "suoi", ma appartengano all'intero sistema familiare. Eiguer parla di "ritorno degli antenati" per descrivere come dinamiche irrisolte, segreti sepolti, conflitti mai elaborati delle generazioni precedenti tornino a galla proprio attraverso il disagio dei più giovani. Come se i figli, loro malgrado, diventassero i portavoce di un dolore familiare che non trova altre vie di espressione.

Lo studio epidemiologico pubblicato su European Child & Adolescent Psychiatry nel 2021 da Enrico Grande e colleghi – un'équipe che ha coinvolto ISTAT, Istituto Superiore di Sanità e Università Sapienza – ha dato sostanza numerica a queste intuizioni cliniche. Analizzando i dati di oltre 8 milioni di giovani italiani, i ricercatori hanno scoperto che vivere in famiglie monogenitoriali o ricostituite aumenta significativamente il rischio suicidario nei ragazzi, mentre per le ragazze un fattore critico è rappresentato da un ampio divario di età con i genitori. Non si tratta di giudicare le diverse configurazioni familiari, ma di riconoscere che determinate strutture possono veicolare specifiche fragilità: conflitti di lealtà, assenza di figure di riferimento stabili, difficoltà comunicative legate a gap generazionali troppo ampi.

Il peso della relazione

Se c'è un libro che ha il merito di aver messo in luce la dimensione relazionale della sofferenza adolescenziale, questo è "Depressioni e sistemi. Il peso della relazione" di Maurizio Andolfi e Camillo Loriedo (FrancoAngeli). Il volume, una raccolta di contributi di diversi autori, parte da una premessa tanto semplice quanto rivoluzionaria: la depressione – e le sue manifestazioni più estreme, come i pensieri suicidi – non è mai solo una questione chimica o individuale, ma è profondamente intrecciata con la qualità delle relazioni familiari.

Andolfi, uno dei padri della terapia familiare in Italia, ha sempre sostenuto che l'adolescente in crisi funziona come un termometro: misura la temperatura emotiva della famiglia, ne registra le febbri, ne segnala i malesseri. Quando quel termometro arriva a toccare il rosso del suicidio, significa che l'intero sistema familiare è in fiamme. Il "peso della relazione" di cui parlano gli autori è proprio questo: il carico che le dinamiche disfunzionali – i conflitti cronici, le alleanze invisibili, i segreti inconfessabili – impongono sulle spalle dei più vulnerabili.

Il report CNR-IRPPS del 2023 conferma questa prospettiva: emerge con chiarezza che le relazioni sociali povere o percepite come di scarsa qualità con i genitori sono un fattore determinante per l'insorgere di pensieri suicidi, persino più rilevante dell'uso di sostanze o di altre variabili comunemente chiamate in causa. I ragazzi italiani, insomma, ci stanno dicendo che ciò di cui hanno più bisogno è la qualità della relazione con i loro genitori. E che quando questa qualità viene meno, il vuoto che si crea può diventare insopportabile.

 L'amore che non abbiamo fatto in tempo a dirgli

I numeri e le teorie, per quanto importanti, rischiano talvolta di farci dimenticare che dietro ogni statistica c'è una storia, un volto, un nome. Ed è per questo che libri come "Mio figlio. L'amore che non ho fatto in tempo a dirgli" di Marco Termenana (CSA Editrice, 2021) assumono un valore inestimabile.

Termenana racconta la storia di suo figlio Giuseppe, un ragazzo di ventun anni che si è tolto la vita. Lo fa con la voce rotta di un padre, senza filtri, senza la distanza protettiva del clinico o del ricercatore. Emerge dalle sue pagine il ritratto di una famiglia che non ha saputo vedere, che non ha saputo ascoltare, che non ha saputo trovare le parole giuste. Giuseppe era lì, con il suo disagio, con la sua solitudine, con il suo bisogno disperato di essere compreso, eppure nessuno è riuscito a raggiungerlo in tempo.

Il libro è una testimonianza straziante, ma anche un monito: la disfunzionalità familiare non è sempre fatta di violenza esplicita o di abusi palesi. A volte è fatta di silenzi, di distrazioni, di amori dati per scontati e mai abbastanza espressi. L'amore che non abbiamo fatto in tempo a dirgli: il titolo stesso racchiude l'essenza di tante tragedie familiari. Non l'assenza di amore, ma l'incapacità di comunicarlo, di renderlo visibile, di trasformarlo in un salvagente a cui aggrapparsi nei momenti di tempesta.

Oltre il giudizio, verso la comprensione

Parlare di famiglia disfunzionale non significa additare, giudicare o semplificare. Le famiglie che si trovano ad affrontare – o a non affrontare – il suicidio di un figlio sono quasi sempre famiglie ferite a loro volta, famiglie che non hanno avuto gli strumenti per riconoscere il pericolo, che non hanno saputo chiedere aiuto, che sono rimaste intrappolate nelle loro stesse dinamiche.
Lo studio di Grande e colleghi, così come le ricerche del CNR, ci dicono che esistono fattori di rischio, ma non ci dicono che esiste un destino ineluttabile. La famiglia monogenitoriale non è di per sé patogena, così come non lo è la famiglia ricostituita o quella con genitori molto anziani. Ciò che fa la differenza è la qualità delle relazioni che si instaurano al loro interno: la capacità di ascolto, la disponibilità emotiva, la flessibilità nel gestire i conflitti, la presenza costante e affidabile.
Eiguer, nel suo lavoro sugli antenati, ci ricorda che la famiglia è anche memoria, eredità, storia. Ma ci ricorda anche che questa eredità può essere elaborata, trasformata, riscattata. Conoscere le dinamiche transgenerazionali che pesano sul presente non serve a trovare colpevoli, ma a liberare il futuro dal peso di un passato non risolto.


Conclusioni: spezzare la catena del silenzio

Il suicidio adolescenziale resta, in Italia come nel resto del mondo, un fenomeno in larga parte sommerso. Se ne parla poco, se ne parla male, spesso se ne parla sottovoce, come se nominarlo potesse evocarlo. Eppure, i numeri ci dicono che il silenzio è il peggiore dei rimedi.
Le famiglie disfunzionali esistono, e fanno male. Ma esistono anche le famiglie che imparano dai propri errori, che cercano aiuto, che trovano il coraggio di guardarsi allo specchio e di chiedersi: cosa possiamo fare di diverso? I libri e le ricerche citati in questo articolo – da Eiguer a Termenana, dai report CNR agli studi epidemiologici – ci offrono non solo una mappa del problema, ma anche alcuni strumenti per affrontarlo.
L'adolescente che pensa al suicidio non sta solo chiedendo aiuto per sé: sta chiedendo aiuto per la sua famiglia, per le relazioni che non funzionano, per il sistema che lo tiene prigioniero. Sta chiedendo a qualcuno di spezzare la catena del silenzio, di dare voce a un dolore che non trova altre parole per esprimersi.
E a questa richiesta, come genitori, come professionisti, come società, abbiamo il dovere di rispondere.


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Riferimenti bibliografici

    CNR-IRPPS (2023). Il 44,9% degli adolescenti italiani ha pensato almeno una volta al suicidio. Rapporto di ricerca.
    Grande, E., et al. (2021). "Suicidio tra gli adolescenti in Italia: uno studio di coorte nazionale sul ruolo delle caratteristiche familiari". European Child & Adolescent Psychiatry .
    Eiguer, A. (2011). La famiglia dell'adolescente. Il ritorno degli antenati . Milano: FrancoAngeli.
    Termenana, M. (2021). Mio figlio. L'amore che non ho fatto in tempo a dirgli. Latiano: CSA Editrice.
    Andolfi, M., & Loriedo, C. (a cura di). Depressioni e sistemi. Il peso della relazione . Milano: FrancoAngeli.

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